“Architetto, è arrivato il Sig. Bartella. Non ha un appuntamento. Lo faccio accomodare?”

“Si! Grazie Emanuela, fallo pure venire qui da me”.

“Che hai combinato Renzo? Non ti ho mai visto stringere un plico con sì tanta infantile veemenza”. Domando sorridendo.

“Mario…ho realizzato il sogno della mia vita! Sono riuscito ad acquistare una struttura abbandonata da circa quarant’anni. Ho qui la copia del contratto, le foto e i disegni. Ti ho portato tutto. Questo sarà Il mio ultimo grosso investimento. Lo faccio per i miei figli.”

Mentre mi parla, Renzo osserva i progetti e le foto appese alle pareti. Ci sono ville, hotel, casali, ristoranti. Li scorre con gli occhi più volte ma nessuna cattura il suo interesse. Lo percepisco. Che diavolo avrà in mente?

Rapito dal suo entusiasmo decido di aprire immediatamente la busta. Ci sono dei fogli, tanti, ed un cd. “Posso copiarlo sul mio computer ?”.

“Copiati anche questa scheda di memoria, sono le foto che ho fatto io”. Estrae dal paletot una sim sporca di polvere e briciole. Continuiamo la discussione senza che io possa captare l’anteprima delle immagini durante il trasferimento.

“L’ho presa all’asta.” Mi spiega. “L’ho inseguita da infinte convocazioni. E Finalmente… eccola”.

“Mi guarderò il materiale con calma. Ti richiamo  appena sarò pronto, così ragioniamo sulle idee e le sulle tue finanze”.

“Non ci impiegare troppo tempo. E non essere troppo esoso con la parcella.”

“Sai quali sono le mie tariffe…e conosci il mio modo di lavorare.”

 

Il tramonto durante i giorni di febbraio arriva intorno alle 17,00. Nubi gonfie e tonde si tingono di un rosso sfumato d’arancio. La coltre di neve sui tetti regala un albedo rosa, stagliando i contorni dei pini lontani. Spalle alla scrivania, guardo in basso, scorro le strade ed i marciapiedi, osservo la vita degli altri. C’è anche un pazzo che corre. Scruto gli abiti delle donne, i colori delle auto, il variare delle ombre sotto i colpi incrociati dei fanali.

Alito sul vetro, una abitudine simpatica che ho da quando ero bambino. L’alone tondo sul vetro cambia il livello di saturazione di tutto ciò che riesce a fagocitare. Dentro la macchia opaca il sole forma cerchi sfumati, tanti soli uno nell’altro ed ognuno un colore diverso dall’altro. La neve, intanto, gioca con un iridescente caleidoscopio.

Resto in piedi sino a che il sole non sparisce dietro le alpi, e la notte cala nello studio. Sulla scrivania una vecchia lampada grigia illumina i faldoni sparsi e la tastiera del computer. Dovrei accendere la piantana o il lampadario ma, per qualche minuto, voglio nuotare nella penombra. Mi arrivano sempre spunti interessanti durante il passaggio di consegne tra luce e buio. Scricchiola la massiccia porta del mio studio: “Architetto io andrei se non ha bisogno di altro.”

“Vai pure Emanuela, grazie. A domani”. La congedo con piacere stasera.

Accarezzo la poltrona che era già qui prima che io arrivassi. Ci sono affezionato, come alla mia segretaria. Da molti anni sono con me e mi danno ancora del lei. Una con la voce, l’altra con un morbido e comodo abbraccio. Tutto è avvolto dall’oscurità, solo il monitor brilla mentre elabora i files in dwg.

I pdf della busta sono scansioni di troppi anni prima. Guardando le foto capirò meglio.

Tre archi e quattro colonne bianche sorreggono un portico ingrigito e scrostato dallo smog e dagli anni di abbandono. Il grande cancello laterale è semiaperto, sgangherato ed obliquo. Probabilmente inchiodato dalla ruggine. Una immagine in bianco e nero si apre nella mia memoria. Rivedo quello spiazzo invaso da pullman di linea. Quando non si vedeva più il pavé e la  piazza era gremita di operai, studenti, impiegati e io che da bambino li studiavo dando le spalle alla scuola. Ormai chiusa.

La mia scuola!

La mia stazione degli autobus! E ora devo farne un capolavoro. Scuoto la testa, convinto di rifiutare l’incarico. Sono troppo coinvolto emotivamente. Spengo il computer, inclino la testa indietro poggiandomi riverso sulla poltrona bordeaux ad occhi chiusi. Torno alla stanza e passo alla seconda fotografia: L’interno. Quelle panche che mi hanno rigato le chiappe e la schiena per tanti anni. Strizzo gli occhi, voglio chiudere ogni fessura, non devono cadere lacrime, sono uomo. Ruoto di centoottanta gradi specchiandomi nella grande vetrata, rivedo il mio viso sbarbato che si riflette sui finestrini del pullman.

Alle medie mi passava a prendere mio padre, che insegnava matematica in una scuola di un paese accanto. Avendo gli stessi orari di uscita arrivava sempre dopo le 13,00. Varcato il portone della scuola non avevo riparo dalle intemperie e neppure dalla cacca dei piccioni, così mi rifugiavo nella vecchia stazione degli autobus. Lo facevo quando pioveva, nevicava, quando mi sentivo gelare le punta delle dita, quando il sole mi scaldava o il grigio delle nubi mi annoiava.

Attraversavo di corsa la piazza di pietre e cemento ed arrivo sulla mia panchina. Quella accanto alla biglietteria Osservavo un mondo diverso, un microcosmo parallelo. Registravo nelle chiavi di memoria quali mete acquistasse la gente. Io non avevo mai neppure visitato la città.

Di fronte a me sedeva Romeo, un barbone. Un maledetto sudicio e lurido barbone. In paese lo temevano, non si sa da dove venisse o cosa facesse o quale malattia avesse. Ma non dava noia a nessuno, era solitario, solo con i suoi fantasmi del passato. Ma con me parlava, a dire la verità gesticolava, ma io sentivo che non era un maledetto e sudicio accattone. Non era vecchio, dimostrava solo molti più anni di quelli che aveva davvero.

Mentre aspettavo papà, inventavo sulla carta paesi presenti solo nella mia fantasia. Romeo, mi si avvicinava e senza dire nulla mi prendeva la mano e guidava la matita lungo le case, migliorava le mie idee. Mi fece innamorare del disegno.

Alle superiori andavo alla stazione degli autobus in bicicletta, ed ero sempre in ritardo per prendere il pullman che portava al liceo artistico della città. Così al mattino lo salutavo correndo. Al ritorno, poco prima della 14,00, mostravo a Romeo i miei disegni. Papà poco ci capiva e mamma fingeva di farlo. Il mio amico muto esprimeva con gli occhi i suoi pareri, la bocca nascosta da una crespa barba non palesava un granché, avevo capito che sorrideva quando i baffi si inarcavano verso l’alto. Le sere d’estate, quando la scuola era chiusa e anche la stazione lo era. Andavo a trovarlo. Stavamo in silenzio ad osservarci riflessi sui vetri opachi della porta.

 

Presi Architettura, e lui era ancora lì. Andavo in auto all’università. Mi mancavano i disegni di Romeo.

Una sera mi feci coraggio. Andai in piazza, presi i sacchetti e le coperte del mio amico e le gettai nel baule, nonostante la sua resistenza.

Lo portai a casa.

Non scorderò mai gli occhi di mia madre. E le fumate d’ira di mio padre.

Romeo si lavò, si rase e mangiò con noi. Mentre si scrostava nella vasca da bagno, scorrettamente, curiosai tra i suoi documenti.

Romeo Mario Zucchetti nato e residente a Brescia. aveva 40 anni più di me. Professione…

Vado a casa.

 

Mia moglie e mio figlio stanno ancora dormendo io ho passato la notte con il portatile acceso sul tavolo della cucina. Quando la sveglia suona sono già in accappatoio.

“Emanuela, chiama il Bartella, digli di venire in studio che ho già tutto pronto”.

Osserva le mie occhiaie e senza commentare esegue.

“Cosa succede Architetto?” Con una espressione idiota che sprizza felicità mascherando preoccupazioni.

“Nulla, solo che in quella stazione ci ho passato giorni interi, e oggi gli ho dedicato una notte. Ti ho preparato delle bozze, se una di queste ti piacerà lo faremo diventare il progetto definitivo. Sappi che non ti chiederò soldi ma in cambio solo un favore. Dovrai intestare lo stabile a lui”, gli dissi puntando  l’indice sulla foto appesa alle sue spalle. “All’architetto che mi ha lasciato questo studio”.

“Se ci tieni così tanto… mi pare uno scambio interessante. Come si chiamava?”

“Lui è l’architetto Romeo Mario Zucchetti”.

 

“Aveva un figlio della mia età, morì quando Romeo ne aveva 47 anni.  Cadde in un torrente gelido e vorace. Scivolò da una pietra mentre era a pesca con il padre. Tentò ogni cosa per ripescarlo e rianimarlo ma il piccolo non vinse l’ipotermia. Entrò in una fase critica di depressione. La malattia lo convinse  che il figlio avesse preso un pullman sbagliato e che prima o poi sarebbe tornato. Lo ha aspettato per quindici anni, sino al giorno in cui l’ho portato a casa dei miei genitori. Sino al momento in cui ci siamo adottati. Con il tempo è tornato l’uomo che era e mi ha insegnato tutto ciò che ricordava. I clienti erano ormai persi ma non il genio e l’intuito. Ci siamo rimessi al lavoro partendo da zero. Ora lui non lavora più, soppiantato dalla tecnologia. Vive in campagna con la moglie, vicino al fiume ma non pesca più. Ogni tanto passa a salutare, quando viene in città.”

Suona il cellulare dell’architetto, sul display la foto del figlio: Romeo



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