Febbraio 13, 2016 Racconti Nessun commento

Ogni mattino, alle 7.00 nei giorni feriali e alle 8.00 nel fine settimana o nei festivi, mi scambio per una trentina di minuti con Simona, l’anziana signora che sta sul mio stesso pianerottolo.

Abita in casa con il marito e Pepè, un yorkshire nano. I figli abitano  a quella distanza sufficiente per giustificare una assenza nel bisogno ma valida a spiegarne la presenza per le richieste.

Le sue mani sono increspate dalle intemperie, scavate dalla fatica. Con il marito aveva un negozio di biancheria intima in via Verdi ed un banco al centro del mercato. Era l’epoca pre- centri commerciali. Negli hanno ottanti hanno fatto fortuna Molti appartamenti in questo palazzo sono di loro proprietà.

Ha compiuto da poco settantasette anni, cinque meno del marito. Carlo ora vive (si può chiamare vita?) immobile sul letto, respira grazie al concentratore di ossigeno.

Gli unici momenti in cui Simona si allontana da casa sono la passeggiate del mattino e quelle due volte a settimana che arriva l’assistente passato dalla mutua. Il tempo di attraversare e fare provviste al supermercato di fronte a casa.

Oggi è domenica.

Indosso ancora il pigiama sotto il paletot, tra trenta minuti tornerò a dormire. Ha lasciato casa mia da appena tre ore una amica.

Simona sale sull’ascensore ed io entro nella stanza di Carlo.

I capelli hanno la stessa lunghezza della barba, anche il colore è il medesimo, identica la misura.

Le guance rientrano tra le mascelle marcando i contorni dello scheletro, evidente l’assenza dei denti, segnata, peraltro, dalle labbra risucchiate all’indietro. Il respiro è un sibilo e qualche volta un rantolo. Mi fissa con quegli occhi dal colore del mare, offuscati dal velo opaco dell’arresa. Mi fissa a vuoto o mi parla? Non voglio tradurre la sua supplica in azione, non staccherò io i tubi e non farò nulla che cosa possa accelerare un’evitabile raccapricciante epilogo.

“Forza Carlo” ma forza per cosa? . Mostro solo il mio disagio, il mio senso di inadeguatezza di fronte a casa disperati. Lo sto prendendo in giro con patetiche frasi di circostanza.

Ogni qualvolta che l’ascensore atterra al piano Pepè abbaia alla porta. Il suo guaito oggi mi leva dal vortice di ansia che mulinava nel mio deserto.

“Vuoi un caffè Fabio?”

“Grazie Simona, ma meglio che torni a finire un paio di faccende.” Non posso dire che torno a letto, non mi cercherebbe più per questi favori e non voglio che questo accada. “Mi sembra raffreddata, o sbaglio?”

“Cosa da poco” Bisbiglia, ma quando la bacio sulle guance percepisco un calore derivante da qualche linea di febbre.

“Oggi pomeriggio, se vuole, le porto io a spasso il vecchietto” punto lo sguardo sul cagnolino.

“Accetto l’offerta. Non posso prendermi il lusso di ammalarmi”  Le sorrido.

 

Si chiude la porta alla mie spalle e, prima di chiudere una parentesi col mondo, bevo una tazza di latte caldo con miele. Una dose di triptofano e amino acidi sedativi e uno stop alla produzione l’orexina, l’ormone che vi tiene vigili. L’ho imparato dalla nonna e dal mio coach, quando a causa degli allenamenti serali faticavo a prendere sonno.

Dormo sino a che non vengo disturbato dal suono accanito e perpetuo del citofono. Un attimo urlo come se potessero percepire il suono della mia voce ed il livello della mia incazzatura. Ma chi cazzo è che rompe alle 10.30 di domenica mattina.

La voce è di donna.

“Potevi anche insistere un po’ meno con il citofono”.

“É un quarto d’ora che pigiavo a brevi intervalli, ho provato persino a telefonarti.” Risponde convincente mia … Sorella.

“Hai nuovamente discusso con Francesco?” Le domando appena varca la soglia di casa.

“Come fai a saperlo?”

Alzo gli occhi e storco la bocca. “Ogni tanto vi succede. Ogni tanto, spesso”

“Capita che si incespichi in qualche groviglio. Poi ci si rialza e tutto torna come prima”.

“Si, capisco. Tutto passa. Solo che poi torna. Voi e le vostre fisse del matrimonio. Dell’amore.” Tengo le braccia incrociate sul ripiano di cristallo.

“Lo amo.”

“L’amore non esiste.” Appoggio il mento alla mano chiusa a pugno “Non per come lo intendete voi romantici.”

“La fai semplice tu. Tu che non hai mai avuto rapporti con nessuna ragazza sino a che non ti sei laureato”.

“Stavo bene da solo. Facevo tutto da solo. Lo facevo quando, con chi e come. Senza noiosi pranzi da provvisori suoceri. Cene, cinema, feste di compleanno, Natale… e San Valentino.” Gesticolo come se scacciassi una mosca.

“Sei noioso, paranoico. Hai vissuto i tuoi anni migliori solo per…”

“Per la scuola e l’atletica.” Irrompo nel discorso “Le ragazze erano una perdita di tempo”. continuo a parlare mentre preparo la moka “Vedevo te passare ore al telefono con un fidanzato che non durava più di un mese e, con la stessa cadenza una tua amica cercava te per farsi consolare. Tutto tempo sottratto ad un allenamento o a una lezione”

“Anche gli amici li frequentavi in base agli impegni. Che stronzo.” Disapprova con i movimenti della testa.

“In certi periodi non potevo uscire e bere birra con i compagni di università. Avrei vanificato mesi di dieta e di allenamento. Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni, scriveva Wilde. E io sono come lui, perciò le evito prima di incrociarle. Sarò stronzo, arido, tutto quello che vuoi ma grazie ai sacrifici sto raggiungendo i miei obiettivi. Avevo già progettato il mio domani, e quel domani è oggi”.

“E oggi sei rimasto solo”.

“Più mi isolo più le cagne in calore fanno a gara per avvicinarmi. E se si accontentato di divertirsi a letto con me per qualche ora, sono le benvenute” con la destra mimo uno stantuffo.” Maggiorenni e consenzienti, anzi cacciatrici.”

“Non puoi vivere senza emozioni, affetti, amore.”

“L’amore non esiste. Te l’ho già detto. Me lo hai insegnato tu a quindici anni ogni volta che piangevi e adesso stiamo ripassiamo la stessa lezione. La storia insegna, gli errori si ripetono.”

“Quando sento parlare te di questi argomenti, mi rendo conto di quanto sia fortunata ad aver te come fratello ma soprattutto Francesco come marito.” Sorride. Messaggio ricevuto.

 

La testa appoggiata sul cuscino è invasa dalle parole di Alessandra.

Mi alzo nervoso all’ora in cui per convenzione si beve il the. Ho riposato male. Rimetto a bollire la moka da tre e preparo un toast con pane integrale, fesa di tacchino e sottilette light.

Inizio a leggere i messaggi arrivati per importanza dei soggetti e non per cronologia. La prima in classifica è mia sorella: “L‘amore non esiste ma esistiamo io e te e la nostra ribellione alla statistica un abbraccio per proteggerci dal vento. Grazie fratellino”. Mi gratto la mascella ruvida della barba non ancora fatta. Ammazzerei per mia sorella, ma non ho mai pensato ad definizione del sentimento che provo per lei. Che possa avere ragione lei? Può essere davvero amore?

Alle telefonate non risposte mando un whats’app, non ho voglia di parlare.

Sorseggio il mio caffè amaro con la spalla appoggiata alla finestra, guardo fuori ed anche i lampioni sono tristi, anche loro offuscati, loro dalla nebbia io dai dubbi.

Mi nego alla serie di inviti arrivati per questa sera. Sarei una compagnia peggiore del solito. Tentenno su un insolito sms di Giulia. Il più banale che si possa ricevere “Ciao come stai?” Siamo coetanei e parte civile allo stesso processo. Lineamenti ruvidi, trucco inesistente, ai piedi sempre scarpe basse, antiche gonne a pieghe che celano quadricipiti da atleta e anulare senza fede.

Scorro il messaggio verso sinistra per cancellarlo quando suonano al campanello. Due visite in un giorno.

“Buonasera Simona”.

“Ciao Fabio. Non volevo disturbarti, ma ho finito il caffè. Ad essere sincera mi è caduto il barattolo in terra. Mi stavo organizzando per quando mi riporterai a casa Pepè”.

Merda, il cane. Me ne stavo scordando.

“Mi faccio una doccia e arrivo”.

 

Infilo al volo una tuta felpata, cuffia di lana, sciarpa, nelle orecchie spotify ed un guinzaglio in pelle nero”

Cerco la canzone citata nel messaggio da mia sorella. Dopo il terzo ascolto consecutivo di Gazzè, Fabi, Silvestri, mi affido alla casualità suggerita dall’applicazione:

 

So che hai avuto degli amanti
bisogna pur passare il tempo
bisogna pur che il corpo esulti
ma c’é voluto del talento
per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti.
Mio amore mio dolce mio meraviglioso amore
dall’alba chiara finché il giorno muore
ti amo ancora sai ti amo…

 

Una congiura.

Pepè tira verso un sedicenne che si sta accendendo una sigaretta seduto sullo schienale della panchina. Ha l’aria arrogante con quella finta barba da topo. Forse è proprio questo suo atteggiamento a regalargli la solitudine di una panchina deserta. Lo saluto fissandolo negli occhi. Mi sfida, non abbassa lo sguardo. A quell’ età siamo già quello che saremo? Forse no, ma certi errori non si correggono, così come certi atteggiamenti ci marchiano indelebilmente.

Dall’altro lato un ragazzo e la sua amica si baciano ignorando i passanti. Ghigno nel vedere tanta acerba passione.

Un uomo di colore spinge il suo sgarrupato scooter, avrà finito la benzina penso. Mentre Pepè piscina su un mucchio di foglie bagnate, scorgo un’altra coppietta che si bacia. Sapori adolescenziali a me ignoti. A quell’età, a quest’ora stavo correndo in pista o ero chinato a tradurre Socrate.

Mi piace questo vagare senza meta accarezzato dal freddo, immerso in questa atmosfera noir-romantica. Sollevo il bavero, fingo di fumare un sigaro e ondeggio le spalle: sono Humphrey Bogart.

Questa passeggiata in solitudine, ma non da solo, è fantastica. Osservo cose, fisso pensieri inediti.

Dovrei prendere un cane anche io.

 

La porta è già aperta, il solito bailamme di  Pepè allerta in anticipo Simona,

“Posso portarlo fuori qualche altra volta?”

“Puoi portarlo quando vuoi, ma non togliermi il mio attimo di distrazione da questo”. Due semicerchi tracciati con le braccia ad indicare la schiavitù.

“Come fa?” la donna capisce immediatamente il senso della generica domanda.

“Quasi cinquant’anni tra fidanzamento e matrimonio. Di amore, di affari, di discussione, forse anche di tradimenti. Al mondo nulla è perfetto ma tutto si aggiusta. Tutto tranne questo. E io non lo lascio in altre mani. Lo pulisco io mio marito. Ho imparato a cambiare le flebo, fare le punture. Morirei io prima di lui se lo abbandonassi in una casa di riposo. Voglio che ogni suo momento di vita sia a casa sua, in una sorta di pace apatica.”

“Ma…” invade il mio discorso “Nessun ma… Tu non sei marito, non sei padre. Forse sei stato anche poco figlio e fratello.”

“Perché?” risentito dell’affermazione.

“Uno che ogni notte riceve mugolii diversi non può sapere cosa è il rispetto, la condivisione di un sentimento, anche di uno spazio. Ha ragione tua sorella”.

“E tu… lei …che ne sa di cosa pensa Alessandra?”

“Beh, qualche volta ci siamo incrociate in ascensore”.

“Trovati una brava ragazza, magari meno bella, meno sporcacciona di quelle che ti porti a casa di solito, ma più intelligente. Una sportiva come te. Così potrai capire perché mi tengo stretto il mio Carlo.” Per tutto il tempo che mi ha parlato non ha  mai lasciato la mano ossuta del marito; livida di vene violacee intrecciate a ragnatela.

Ho pianto solo due volte in vita mia, di gioia alla consegna del diploma di laurea e di miseria quando non ho passato le selezioni per la nazionale di atletica. Questa è la terza volta. Abbraccio Simona come facevo con mamma da bambino.

Torno a casa incupito, indeciso, sconvolto. Appoggio la fronte alla porta blindata, poi mi giro e mi reggo con le spalle appiccicate al muro. Di fronte a me mi fissa la Statuetta della Madonna con l’acqua santa, eredità della nonna.

 

“Giulia… ti chiamo perché preferisco le parole ad un messaggio…Vorrei invitarti a cena?… Dove?..” fingo una riflessione  “Da me, Se ti accontenti di una cena frugale… Un bicchiere di vino e qualcosa di semplice. Come non vieni da me? …E neppure vieni a cena… Un aperitivo in centro…Tra un’ora… Si, ok domani mattina sei in tribunale… Va bene…”

 

Sorseggio il mio caffè amaro con la spalla appoggiata alla finestra, conto le prime rondini che volteggiano in cielo.

Anche Carlo è salito lassù, da qualche settimana. Simona si è trasferita dalla figlia ed ha messo l’appartamento in vendita come gli altri di loro proprietà  in questo palazzo. Sto valutando a voce alta la possibilità di acquistarlo. Non vorrei traslocare, sto bene in centro, buona la posizione anche per un ufficio nostro. Potrei, potremmo fare una offerta doppia, l’appartamento accanto da unire a questo e quello al primo piano come ufficio.

 

Giulia mi risponde dal divano. Sta allattando mio figlio, Simone.

 

L’amore se poi esiste è quest’idea di attaccamento

che ha l’uomo del mio tempo per le tante storie viste

non esiste fare i conti accontentarsi piano piano

di una vita mano nella mano

 

L’amore esiste con le sue eccezioni e le sue declinazioni e, noi oggi siamo una di queste.

 

 

 

 

 



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